Siria. La tregua che non c’è

Nonostante sia stata proclamata una tregua, in Siria si continua a combattere. Gli ultimi raid su scuole e ospedali hanno causato 50 morti. E tutti accusano tutti.

In Siria non c’è tregua

La settimana scorsa la comunità internazionale esultava perchè gli Stati Uniti e la Russia avevano raggiunto a Monaco l’accordo per una tregua umanitaria in Siria. Nessun analista di politica internazionale ha creduto per un solo momento che la cosa potesse avere efficacia.

E infatti l’esultanza è durata ben poco. Allo scetticismo iniziale ha fatto posto ben presto lo scoramento e la consapevolezza che il caos siriano è difficilmente risolvibile con conferenze di pace bilaterali. Gli analisti lo sostengono da tempo: in Siria è in corso una guerra per la leadership della regione. Sunniti da una parte, con Arabia Saudita, Qatar e Turchia da una parte, e sciiti dall’altra, con l’Iran e i suoi alleati dall’altra. In questo scenario si è fatta spazio la Russia, strenuo difensore di Assad ma sopratuttto Stato che gioca a fare la superpotenza internazionale dopo l’anatema internazionale che le è stato scagliato addosso per il ruolo svolto nella crisi ucraina.

In Siria la situazione è talmente confusa che, vista l’indecisione della comunità internazionale, sta ottenendo risultati sorprendenti la controffensiva di Assad, sostenuto dagli Hezbollah sciiti libanesi e sopratutto dall’aviazione russa.

La Russia sta ripetendo quanto fatto in Cecenia, ovvero terra bruciata e bombe su bombe per fiaccare qualsiasi velleità di resistenza, anche a costo di ridurre città e villaggi ad un cumulo di macerie. Non è priva di fondamento l’accusa americana a Mosca di avere concentrato gli sforzi militari non sull’Isis, nei cui confronti è impegnata la coalizione internazionale a guida USA, bensì verso gli altri gruppi ribelli sostenuti proprio dagli americani in funzione anti Assad. Gruppi, peraltro, sostenuti anche dalla Turchia, che nella crisi siriana ha giocato un ruolo ambiguo fin dall’inizio.

Il governo di Ankara, guidato da Recep Erdogan un Presidente islamico-sunnita nonchè leader di un partito islamico-sunnita, ha da sempre manifestato – per fatti concludenti, si direbbe – due avversioni. La prima verso il regime di Bashar Assad, che per quanto brutale si contraddistingue per laicità e pertanto stride con l’idea che potremmo definire pansunnita di una Turchia che aspira a diventare potenza regionale egemone, l’altra verso i curdi, nei confronti dei quali cova, in maniera quasi atavica, un atteggiamento che sconfina con l’odio razziale.

Mentre Assad, sostenuto dai russi, avanza, e riprende fiducia tanto da arrivare ad affermare che si riprenderà tutta la Siria, la Turchia annuncia l’intenzione di intervenire militarmente sul territorio siriano. Annuncio smentito immediatamente, si pensa per la contrarietà dell’esercito, tutt’altro che entusiasta all’idea di scontrarsi con i russi.

Intanto in Siria si continua a morire. Negli ultimi giorni le bombe non hanno risparmiato neppure scuole e ospedali: nel nord della Siria il bilancio dei raid aerei che hanno colpito due scuole e cinque strutture sanitarie – tra cui un presidio di Msf – è di 50 morti. A testimonianza del caos che regna sotto il cielo siriano: i turchi accusano i russi, per Damasco sono stati i jet americani mentre per gli Usa è stato Assad.

Massimiliano Meloni