Bilinguismo. Chiariamoci le idee

Intervista sul bilinguismo alla professoressa Antonella Sorace, docente di Developmental Linguistics (Linguistica Acquisizionale) presso l'Università di Edimburgo

Prof.ssa Antonella Sorace sul bilinguismo

Nei giorni scorsi è stato pubblicato un articolo sulla testata giornalistica “La donna sarda” le cui posizioni negative espresse nei confronti del bilinguismo italiano/sardo in età prescolare e scolare hanno destato un certo disappunto tra i sostenitori dell’utilizzo della lingua sarda. Ho avuto il piacere di approfondire l’argomento in una lunga chiaccherata con la professoressa Antonella Sorace, titolare della cattedra di Developmental Linguistics (Linguistica acquisizionale) presso l’Università di Edimburgo, che ha condotto numerosi studi sul bilinguismo ottenendo riconoscimenti a livello mondiale. Da anni impegnata nella diffusione dei risultati delle sue ricerche e nella condivisione dei metodi ha fondato Bilingualism Matters, un centro di ricerca, informazione e divulgazione che mira ad aumentare la conoscenza e la consapevolezza dei vantaggi del bilinguismo infantile.

Professoressa Sorace, potrebbe raccontarci esattamente del suo Centro, come è nato? quali sono le finalità?

Dunque, Il Centro l’ho fondato 7 anni fa. Oggi abbiamo 14 filiali sparse in tutta Europa, e due anche negli Stati Uniti. Siamo in continua espansione. Il nostro scopo è quello di diffondere un’informazione corretta sul bilinguismo basata sulla ricerca che si fa in tutto il mondo su questa materia. Vogliamo mettere le famiglie, gli insegnanti, i logopedisti, i politici, gli operatori sanitari in una posizione tale che consenta loro di prendere decisioni informate e consapevoli e non basate sul sentito dire. Noi non vogliamo togliere il lavoro agli altri ma solo contribuire a far sì che loro prendano le decisioni migliori dal loro punto di vista. Il logopedista per esempio durante il suo percorso di studi generalmente non viene formato sul bilinguismo. Noi stiamo cercando di fornire una formazione e tutti gli strumenti necessari a tutte quelle persone che hanno una grande importanza nelle famiglie e per i bambini, in quanto figure professionali che vengono tenute maggiormente in considerazione.

Quali sono gli effetti e i benefici dell’essere bilingui? Ci sono differenze tra bambini e adulti?

Ci sono vantaggi ovvi, nel senso che si vedono soprattutto nel caso di alcune lingue. Per esempio, se un bambino è bilingue con l’inglese, la cosa è ritenuta straordinaria perché si reputa che l’inglese apra tutte le porte del mondo. Se invece è bilingue con il sardo, la cosa diventa oggetto di discussione, perché i benefici non sono così palesi. I vantaggi invece sussistono in ogni caso a prescindere da quali siano le lingue utilizzate. Uno di essi consiste in una maggiore comprensione del fatto che esistano punti di vista e prospettive diversi. Questo è uno stadio fondamentale nello sviluppo del bambino, che alcuni definiscono “teoria delle mente”. Per i bambini è fondamentale capire che esiste la diversità e che le prospettive altrui vanno tenute in considerazione. Conoscere due lingue facilita questa scoperta da parte del bambino e la mantiene anche a livello adulto.

Questo lo sosteniamo anche quando lavoriamo con compagnie di business. Quando ci si siede ad un tavolo di confronto la possibilità di capire le prospettive altrui diventa fondamentale per portare avanti un’eventuale trattativa. Ci sono inoltre vantaggi per l’apprendimento delle altre lingue e per la comprensione di come funziona il linguaggio in generale. Per questo processo comunque non è necessario essere bilingui fin dalla nascita, ma si può diventarlo anche nel corso dell’infanzia, e persino da adulti. Ci sono casi di adulti che raggiungono livelli molto alti in una seconda lingua e sono infatti oggetto di studio nel nostro Centro. Ma un bambino ha più facilità, anche per ragioni pratiche, a imparare un’altra lingua. Poi ci sono vantaggi in termini di flessibilità mentale. Tali vantaggi tuttavia non vengono riscontrati in tutti i casi. Infatti attualmente c’è un dibattito in corso, anche troppo amplificato dai media, che spesso reca danno alla causa del bilinguismo. Il dibattito in questione riguarda il controllo d’attenzione, per la precisione attenzione selettiva e focalizzata senza essere distratti da altro. Ma la cosa è ancora controversa perché non è ancora chiaro il motivo per cui a volte il controllo d’attenzione sia presente e altre non lo sia. Stiamo ancora studiando e cercando di capire questi processi. Riassumendo possiamo dire che in genere la ricerca dimostra che I bilingui sono come I monolingui, oppure che hanno un vantaggio rispetto ai monolingui; raramente emerge uno svantaggio nei bilingui. Questo deve essere chiaro soprattutto in un contesto come la Sardegna, come dimostra il nostro studio recentemente pubblicato su Frontiers. E una giusta informazione sarebbe opportuna.

Professoressa, quali sono i metodi più efficaci da seguire per crescere un figlio bilingue?

Per prima cosa un bambino per diventare bilingue deve sentire entrambe le lingue in modo sufficiente. Quindi bisogna parlare con lui in entrambe le lingue in maniera costante. Per seconda cosa deve essere circondato da atteggiamenti positivi e da un ambiente che lo sostenga e non lo faccia sentire anormale, così da motivarlo. Per terza cosa consigliamo che la lingua venga parlata da più di una persona, così da esporlo alla variazione, cioè a sentire la lingua parlata in modi diversi, in ambienti diversi e con registri diversi. L’ideale è avere una piccola comunità attorno al bambino da cui lui possa continuamente attingere.

A volte è proprio questa la difficoltà…ci sono famiglie che sostengono l’uso del sardo e altre che sembrano quasi averne terrore. Come si potrebbe intervenire su queste famiglie?

Sicuramente con una politica di sensibilizzazione come abbiamo fatto per esempio in Sardegna col progetto “Bilinguismu creschet”. Politica che adesso sembra essersi arenata. Però ci sono persone molto motivate e se si trovassero dei fondi si potrebbe riprendere il discorso per informare le famiglie in modo sistematico, magari formando dei gruppi di lavoro, stimolando l’incontro, realizzando fimati ad hoc, e altro materiale informativo. C’è tantissimo lavoro da fare, basterebbe la volontà di volerlo fare. Anche se il sardo è forse destinato a sparire come molte altre lingue minoritarie, possiamo e dobbiamo fare qualcosa fin quando ci sono giovani che hanno voglia di impegnarsi e possono trasmetterlo ai figli, altrimenti il sardo diventera’ una lingua morta molto prima! Bisogna rendere consapevoli i sardi che la loro è una lingua come le altre e va trattata con dignità, senza stereotipi e senza l’attenzione esclusiva per il folklore che troppo spesso l’accompagnano.

Per alcuni anni la Regione Sardegna ha collaborato con lei e con l’Università di Edimburgo, sostenendo progetti e iniziative sul bilinguismo. Cosa comporta per la Sardegna oggi l’interruzione di quella preziosa collaborazione?

 Purtroppo il cambiamento politico non ha fatto bene a questa iniziativa. Io ho provato in tutti i modi a proseguire le attività avviate negli anni scorsi. Inizialmente mi avevavo risposto, compreso il Presidente Pigliaru. All’inizio tutti sembravano ben disposti invece allo stato attuale non si è fatto nulla. La mia Università a questo punto si sta indirizzando alla ricerca di altri partner e altri interlocutori. Se la Regione Sardegna non ci ha risposto e non dimostra abbastanza interesse, non possiamo di certo costringerli. Io non mi sono arresa perché sono molto affezionata alla Sardegna e il discorso linguistico sul bilinguismo merita tutta la nostra attenzione.

Questo è un peccato…

 Purtroppo si…stavamo facendo cose interessanti. Avevamo una filiale in Sardegna – Bilinguismu Creschet – e tra le altre cose avevamo avviato un bel progetto sui bambini sardofoni nel Nuorese che è stato pubblicato di recente. Dimostra chiaramente che i bambini che parlano il sardo non solo non hanno difficoltà a imparare l’italiano come i monolingue, ma anzi, in alcuni casi, lo capiscono anche meglio. Non devono esistere pregiudizi in questo senso. Pregiudizi che continuano a esistere in Sardegna ma anche in altri contesti di lingue minoritarie dove la lingua minoritaria non ha prestigio. Conoscere due lingue fornisce un’abilità maggiore nell’apprendimento delle lingue, e nella comprensione delle lingua della scolarizzazione. Questo vale anche per il sardo in relazione all’italiano. Noi lo vediamo anche qui in Scozia. Un bambino che conosce il gaelico puo’ imparare meglio come funziona l’inglese, la lingua della scolarizzazione.

Non è che se mettiamo il sardo nel cervello dei bambini non c’è posto per altre lingue. Anzi! Più lingue si conoscono e più risulta facile apprenderne di nuove.

Visto il persistere di questi pregiudizi e di una certa disinformazione sul bilinguismo, cosa può dirci del code-switching, ossia il mischiare due o più lingue, di cui si parla anche nell’articolo in questione?

 Quello che è curioso in questo articolo è che ha una parvenza scientifica, ma le cose non stanno così. Per esempio nell’articolo si sostiene che non è possibile avere due lingue materne. Ma questo è falso. Ci sono molte ricerche scientifiche su bambini che hanno due lingue materne. Il cervello infantile ha la capacità di imparare due lingue insieme . Esistono ricerche in ambito fonetico che dimostrano che i bambini bilingui mantengono una sensibilità ai suoni maggiore e molto più duratura rispetto bambini monolingui. Il bambino bilingue si focalizza sulle due lingue che impara ma sviluppa una sensibilità ai suoni che appartengono a sistemi linguistici diversi. La chiusura degli interruttori di cui parla la logopedista non si verifica come descritto, ma anzi l’essere bilingue comporta un’apertura ad altre categorie sia fonetiche sia grammaticali che lessicali che rende i bilingui più abili nell’apprendere altre lingue.

Purtroppo spesso si fa confusione, credendo per esempio che nel caso di ritardo del linguaggio si debba necessariamente interrompere la pratica del bilinguismo. Questa associazione tra bilinguismo e disturbi del linguaggio va sfatata: prima di tutto perché il bilinguismo non e’ un fattore di rischio, poi perche’ i ritardi nella produzione del linguaggio nei bilingui non indicano sempre la presenza di un disturbo: I disturbi del linguaggio possono verificarsi sia tra I bilingui che tra I monolingui, quindi ogni caso va valutato nella sua specificita’. . Il mio gruppo di lavoro si sta muovendo su questo terreno per avviare nuove strategie di formazione in questo ambito professionale che non ignorino la ricerca e non si fondino sul pregiudizio.

Nella speranza che riprendano i lavori in Sardegna e che il bilinguismo diventi finalmente una realtà, La ringraziamo per averci dedicato il suo tempo e per aver fornito informazioni davvero utili alla comunità sarda.

Manuela Ennas

 

 

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  1. Assimilazione linguistica è colonialismo. In Saldigna il bilinguismo è patologia (di Luigi Piga e Carlo Manca)* - Zinzula.it

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